Le FratteEvent
DescriptionIl carnevale di Livemmo è una delle più interessanti manifestazioni popolari valsabbine che hanno luogo in questo periodo dell'anno. Secondo certi studiosi delle tradizioni popolari, la manifestazione livemmese «esprime la sintesi culturale di una realtà comunitaria basata su un'economia di tradizione agro-silvo-pastorale. Figure centrali di questo carnevale sono due distinti tipi di maschere doppie costituite da una “persona vera” accoppiata ad un fantoccio.
La maschera della Vecia del val Ha aspetto di donna anziana che regge innanzi a sé un ampio cesto, utilizzato nella tradizione locale per vagliare grani e sementi ( val ). All'interno del cesto trova riparo, come in un comodo nido, un ometto ( omen ) con i piedi che non riescono a toccare terra e che perciò dev'essere sempre sostenuto e portato in giro dalla sua compagna.
Nella maschera chiamata l’omasì del zerlo (l'uomo della gerla) uomo e fantoccio si compenetrano l'un l'altro tramite la mediazione di un attrezzo di lavoro (là un cesto-setaccio, qui una gerla) e danno vita a un'immagine doppia dall'apparenza indecifrabile: quella di un vecchio valligiano di bassa statura, quasi un nano, schiacciato dal peso della gerla che porta sulle spalle e che reca all'interno un essere dall'aspetto molto simile a lui.
La maschera del Doppio Ha forma di un gigante bifronte, simile a un Giano popolare, con cappellaccio in testa e corpo avvolto in un ampio mantello nero che cela del tutto le reali fattezze e il vero orientamento delle membra del portatore. Questi procede indifferentemente in avanti o all'indietro con incedere dinoccolato e calza particolari zoccoli chiodati sgalber dalle punte rivolte nei due sensi, il che rende ancora più difficile poter individuare da che parte stia il trucco
Il carnevale di Livemmo Non è di antichissima origine come manifestazione. Antica ne è la sintesi culturale che ne scaturisce, frutto di secoli di dominazioni, in comunità con diverse stratificazioni sociali, in situazioni di economia strettamente agro-silvo-pastorale,' con scarsa dedizione alI'artigianato. Le maschere, fondamentalmente tre (ma semplicistica ne è tale riduzione), portano in campo,- anzi in piazza, la ribellione ad uno "status" generazionale, a classi sociali rese chiuse, forse non istituzionalmente, ma da una endemica povertà e conseguente incapacità situazionale a risollevarsi, a condizioni servili umili - quale ad esempio quella femminile - e di sottomissione totale. Tale ultima situazione è rappresentata dalla "vècia del vaI", dalla vecchia con il cesto per il setaccio delle graminacee. A parte la presenza di uno strumento contadino di specifico uso femminile, la donna, attempata, quasi la "massèra", porta, comodamente seduto nel detto cesto, il suo "òmen", il suo uomo. Si stabilisce tra i due la tesi e l'antitesi, inconciliabili nei diversi presupposti di vita, di lavoro, di scelte, ma forse perversamente complementari nelle - imposte tradizioni. L'uomo 'privilegiato, la donna asservita; l'uno dedito alla vita sociale di ritrovo, l'altra rifugiata tra le pareti domestiche; il primo gestore del proprio patrimonio sia umano che pecuniario, la seconda dedita ai lavori dei campi, quelli più noiosi e trascurati dal maschio. E la enumerazione, proprio perché storia comune di secoli; potrebbe continuare. Da qui alla “ribellione" néi giorni carnevaleschi il passo è breve; poi si rientrava nel silenzio, nel quasi tutto prestabilito e pattuito, come succede e succedeva in comunità ad economia chiusa, curtense (e non). Questa protesta è gestita dall'uomo, che si traveste da donna, che riconosce la contradditorietà del tutto, che pone all'attenzione il problema e lo visualizza con immediata e popolaresca resa. Come in molti carnevali antichi, ad esempio quelli di Bagolino,di Schignano,la donna non può far parte del gruppo: è relegata in ambiti di preparazione dei materiali, di aiuto per i trucchi, di scelta degli addobbi e degli ornamenti di tipo femminile. Anche questa regola del gioco la dice tutta sulla protesta femminile della "vècia del vaI" livemmese. La maschera è costituita da una persona e da un fantoccio. Lo spettatore, dato il particolare e ingegnoso sistema di composizione e di movimenti, ravvisa le due persone, rimanendo nel dubbio se quelle siano veramente due o una sola; e nel caso della sola entità, quale quella dal volto vero! Anche questa "amleticità" è una componente che riappare nelle altre due maschere, una delle quali, il gigante dal doppio volto e dalle scarpe ("sgalber") doppie, uguali sia davanti che dietro, evidenzia con il prorompente-dinamismo del suo dinoccolato incedere,la contraddizione che è in ognuno. E' chiamato, appunto, il "doppio", ambiguo e uniforme, coperto da un lungo, nero mantello che ne protegge la sua autentica natura, il suo essere veritiero, il suo tronco e le sue braccia, dalle quali si riuscirebbe a capire e a individuarne il suo vero volto. La terza maschera, detta l"'omashì dal zérlo" (l'uomo dal gerlo), è di pretta origine contadina. Anche qui uomo e fantoccio si compenetrano fino all'indecifrabilità,ponendo all'attenzione degli spettatori sempre due figure d'uomo: quale la falsa? O vere entrambe? Entrambi uomini o tutti e due fantocci? Un contadino trasporta nel gerlo un altro contadino. Si è usato il termine contadino, nel definire i due, ma è opportuno porre delle distiniioni. Nelle antiche comunità agricole della montagna valsabbina, quali quelle delle Pertiche (Communitas PertichaeVallis Sabbiae), contadino era chi lavorava la terra per produrre, in genere, poche graminacee per uso familiare e discreta quantità di fieno che poi avrebbe venduto al contadino che possedeva la mandria - detto più propriamente mandriano o "malghés", in genere impossibilitato, causa il quotidiano accudire alle stesse bestie, a produrre sufficienti quantità di foraggio. A secondo dell' annata abbondante o meno di fieno (con la conseguenza dell'oscillazione anche del prezzo dello stesso) l'uno sentiva di prevalere sull' altro. La meteorologia, artefice della maggior o minor quantità di foraggio,determinava anche la sudditanza trai due, sudditanza senz'altro psicologica, ma anche reale, condita di acerbi lazzi, di ben visibili risolini, di protervi sogghigni di commiserazione. L'uno, altero e autosufficiente nella passata stagione, doveva piegarsi all'altro, inorgoglito dalla presente fortuna e quasi autorizzato dalla paziente attesa della rivalsa. Naturalmente, nella carnevalesca finzione, il perdente annuale "trasportava" nella- "gerla" il temporaneo vincitore. E vinti e vincitori si alternavano, come le variabili stagioni, come le altalenanti vicende della vita, nella sottesa ironia di un carnevale burlone. Accanto a queste tre maschere - date come fondamentali - pullulano una serie di personaggi della vita quotidiana, ciarliera e bigotta: la vecchia e il vecchio in chiacchierato e-rinnovato amore, 'il contadino nei tradizionali abiti di grezzo fustagno, le vicende notturne di persone che pongono all'attenzione la vivace quotidianità arricchita di sotterfugi, gabbature, rivalse. Presenza non meno scontata quella del diavolo, tutto rosso, cornuto e munito di forca. A parte le leggende locali che ne dichiaravano la sua nascosta presenza nei balli licenziosi, travestito da prestante giovanotto con i pied caprini, accompagnato da avvenenti fanciulle, risulta essere il contraltare alla: vita di ogni giorno, vita intrecciata di crudi risvolti lavorativi edi inesauribili espedienti per campare la giornata. E così il carnevale, con tutto il suo gruppo di "comedie huntaine", si snodava, a suon di zufoli e di fisarmonica, di porta in porta, di via in via, di piazzetta in piazzetta, raccogliendo, dopo il ballo, nella momentanea frenesia, quanto 'la gente poteva offrire in termini di beni immediatamente fruibili: vino, formaggio, salame, denaro. Il tutto doveva servire ad alimentare la grande cena di carnevale, una, volta svestiti dalle maschere di rappresentazione, la sera, tutti in : ebbrezza sfrenata e, naturalmente, tutti maschi. Venue
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